Nell’Alessandria d’Egitto del 391 d.C, la filosofa Ipazia (Rachel Weisz), ultima erede della cultura antica e forse, in quanto donna, massima espressione di una lunga evoluzione civile e di una libertà di pensiero che non si rivedrà più fino all’epoca moderna, viene travolta dalla crisi di un mondo, quello pagano, che non ha saputo ripensarsi, trovandosi così impreparato di fronte al nascere, e presto al dilagare, di movimenti religiosi sempre più fanatici e intolleranti.
Fra questi i parabolani, la setta cristiana che arriva a distruggere il sapere della biblioteca del Serapeo (d’Alessandria), dove Ipazia lotta insieme ai suoi discepoli per salvare la saggezza del Mondo Antico. I cristiani, in rapida ascesa e guidati dal Vescovo Cirillo, la cui ambizione è la distruzione delle altre religioni presenti ad Alessandria, minacciano la coesistenza pacifica promossa dal prefetto Oreste. Allo stesso tempo, il giovane schiavo di Ipazia, Davo (Max Minghella) è diviso tra l’infatuazione per la filosofa e la speranza nella libertà che il movimento cristiano sembra offrire. Con ostilità implacabile, il vescovo Cirillo attacca senza sosta “l’eretica” Ipazia, fino a condannarla a morte, nel marzo del 415 d.C.
La nuova fatica di Alejandro Amenabar, kolossal in costume che ricostruisce la vita di un personaggio femminile relativamente poco conosciuto rispetto a regine, principesse e cortigiane molto più amate dal cinema: Ipazia; aggiudicandosi sette Premi Goya.
Inquadrature della Terra dallo spazio svolgono una doppia funzione: di pausa temporale e di simbolo della futilità dell’umano, la quale si accapiglia per una verità che senza la scienza sarebbe scialacquata.

Ma nono sono tutti fiori quelli che sbocciano: qualcuno potrebbe dire che forse i film storici non fanno molta cassetta da noi, infatti risultano ancora inediti “The Young Victoria” con Emily Blunt e “The Edge of love” con Keira Knightley. Certo; tuttavia sono per contro uscite ed hanno raccolto consensi pellicole, come: “Il gladiatore”, “Troy”, “Elizabeth the Golden Age”, “L’altra donna del re” e tante altre. Fatto è, che dalla prima comparsa a Cannes, il film ha subito trovato sostegno in svariati Paesi, tra cui Israele e Stati Uniti. Nel nostro Paese, dove i film precedenti del regista, pellicole del calibro di “Mare dentro” e di “The Others”, sono stati acclamati, e dove la protagonista, la bella e brava Rachel Weisz, premio Oscar per “The costant gardener”, è comunque nota e stimata, il film ha tentennato ad uscire sullo schermo.

Su questo ritardo sono state paventate delle ”ingerenze” vaticane (smentite dallo stesso regista Amenabàr), altri invece hanno parlato di richieste troppo esose da parte dei distributori originali, fatto è che dietro al “boicottaggio” di Agorà è più facile vedere una sorta di timore a non offendere, e forse anche, secondo voci che girano su Internet, pressioni contro il film.

Proto femminista, dedita agli studi, contraria a sposarsi, atea, tollerante: forse fa ancora paura; ma forse è anche soltanto un po’di avversione per il genere storico, la stessa avversione che ci ha impedito di vedere in televisione tanti sceneggiati della BBC tratti da classici inglesi.