Si prenda uno studente-tipo di un qualsiasi indirizzo del liceo scientifico “E. Medi” del comune di Senigallia e si analizzi il suo percorso di studi dal primo al quinto anno. Si riportino quindi i dati in un grafico cartesiano e si ponga x = tempo e y = intelligenza. Si potrà facilmente constatare come il suo iter formativo costituisca una curva, se non addirittura una retta, discendente. Potremmo non a torto definire la vita di un liceale una caduta tendenziale nel baratro della demenza. Si esamini ora il fattore “disperazione”: esso subisce un aumento esponenziale nel corso degli anni e una vera e propria  impennata al quinto anno.

Ciò che stupisce non è tanto il fatto che l’intelligenza e la disperazione siano due grandezze inversamente proporzionali, quanto l’anomalia nei dati che si registra nell’ultimo anno di studi. Il fenomeno, designato da alcuni studiosi come “sindrome da classe terminale”, è dovuto a molteplici fattori.

Influisce innanzitutto l’obiettivo della scuola secondaria di secondo grado, che grava sugli studenti sin dal primo anno: il punto d’arrivo prefitto non è infatti uno stadio migliore che motivi gli alunni ad impegnarsi, quanto una sorta di oscura minaccia, che prende il nome di esame di maturità. Questa prova, forse originariamente progettata per verificare il livello di formazione finale degli studenti, è diventata con il tempo un vero e proprio strumento di tortura. È stato verificato che crudeltà vengono inflitte ai liceali già nel corso dell’anno: intimidazioni quali “se continuate così non arriverete all’esame” o “studiate che l’esame si avvicina” sono all’ordine del giorno.

Se la meta è tutt’altro che idilliaca, la strada per arrivarci è pressoché infernale: tra cinque in condotta e debiti “bocciativi”, approdare ogni anno alla classe successiva è una vera impresa.

Ma l’ostacolo finale ancor più insormontabile è rappresentato dalla scelta universitaria: ogni maturando deve infatti decidere della propria vita futura, tenendo conto delle richieste della mamma, che lo vorrebbe nell’università più vicina a casa; di quelle della ragazza, che preferirebbe averlo nella sua stessa città; di quelle del mercato del lavoro, che lo indurrebbe a cercar fortuna all’estero. L’influenza che lo studente ha sulla scelta della facoltà è, nella maggior parte dei casi, assolutamente insignificante.

Secondo attenti studi si è scoperto che un’attrattiva particolare per la zona di Senigallia e dintorni è costituita dall’università di “Economia e Commercio” ad Ancona. Da vera città portuale qual è, Ancona funge, è proprio il caso di dirlo, da “porto sicuro” contro il rischio di pericolosi naufragi in alto mare. È stato calcolato che tra gli studenti più ambiziosi (quelli, per intenderci, della specie “entrerò ad Harvard”) moltissimi ridimensionano il proprio sogno in tempi rapidissimi: se a marzo la convinzione di entrare, ad esempio, in un prestigioso college inglese, sfiora le soglie del 90% , già dopo un mese è scesa di parecchi punti percentuali. A maggio affiora l’idea che anche la Bocconi di Milano sia un ottimo trampolino di lancio per la propria vita. A giugno si è già passati dall’università di Milano a quella di Roma, più vicina al luogo natio e meno costosa; a luglio anche Bologna ha mostrato le sue attrattive. Ai primi di settembre, messi alle strette dal tempo agli sgoccioli, molti di quegli aspiranti collegiali vagano per le strade di Ancona, dicendo a loro stessi che quello sarà solo un giro di perlustrazione, perché il loro futuro è da tutt’altra parte. A ottobre quei medesimi studenti si ritrovano seduti ad uno dei tanti banchi della famigerata “Economia e Commercio”, cercando ancora di spiegarsi perché dalle finestre non vedono i verdi giardini inglesi.

Dall’analisi fatta risulta dunque chiaro che la vita di un liceale è, in molti casi, una perenne salita, faticosa, ma necessaria allo studente per conquistare elevati livelli di esaurimento nervoso e per raggiungere obiettivi che non si era mai prefissato.